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DIALOGUS DE
ORATORIBUS:
TACITO O NO ?
Neque enim ita apppellamus nisi antiquos,
horum autem temporum
diserti, causidici et aduocati et
patroni
et quiduis potius quam oratores
uocantur.
(Tacito, Dialogus de Oratoribus 1, 1)
Ateneo di Treviso, Palazzo dell’Umanesimo
Latino, 16 gennaio 2004
Nel 1426, grazie ai
contatti tra il grande umanista Poggio Bracciolini e un monaco appartenente al
monastero di Hersfeld, presso Fulda, si diffonde in Italia la notizia che in
quel lontano convento prussiano dorme un fratello minore di Tacito. Del grande
storico della Roma imperiale fino a quel momento era possibile leggere, peraltro
in modo molto lacunoso, soltanto Historiae ed Annales. Sono anni
di grande fervore e la caccia ai manoscritti sepolti, magari contenenti opere
inedite o credute perdute, era una sorta di vera e propria febbre. Quel fratello
dormiente, quel manoscritto, contiene nientemeno che le tre opere minori di
Tacito, l’Agricola, il Dialogus de oratoribus e la Germania.
Poggio Bracciolini era segretario del sarzanese
Tommaso Parentucelli, destinato a salire al soglio pontificio col nome di
Niccolò V. Niccolò V viene eletto nel 1447 e fu un grandissimo papa, il che,
traducendo, significa che fu un abilissimo politico. È lui che convince
l’antipapa Felice V ad abdicare, è lui che di fatto scioglie il concilio di
Basilea e consente alla Chiesa di superare il più drammatico scisma di quei
secoli. Papa attento anche a tutto ciò che gli conferiva immagine e infatti la
sua raccolta di codici antichi costituisce il nucleo originario della Biblioteca
Vaticana.
Immaginarsi che
colpo grandioso doveva essere ai suoi occhi un Tacito sconosciuto. Opere inedite
dell’autore considerato fonte e autorità di ogni comportamento politico. E per
di più reperito in quell’ambito tedesco che aveva visto un suo grandioso
successo politico, quando nei primi anni Quaranta, era riuscito a conciliare al
suo predecessore Eugenio IV l’appoggio dei principi elettori tedeschi nella
dieta di Francoforte.
Solo quando viene
eletto papa, Niccolò V riesce (o forse vuole) organizzare una missione in
Germania che aveva diversi scopi, tra i quali il recupero del Tacito dormiente.
Il compito viene affidato all’umanista Alberto Enoch d’Ascoli che effettivamente
riesce a riportare il codice in Italia.
Il manoscritto
arriva a Roma nel 1455, ben trent’anni dopo la sua scoperta. Le cose sono
cambiate, però. Niccolò è morto e al soglio pontificio è asceso Callisto III, un
papa che veniva dalla casata dei Borgia. Per capirci, è lo zio del futuro
Alessandro VI che proprio da lui viene fatto cardinale.
Il panorama
culturale ha subito un netto viraggio. Callisto è persona di grande cultura e
amico personale di Lorenzo Valla e Flavio Biondo, ma i suoi interessi politici
sono rivolti in tutta altra direzione. Egli cerca, senza sostanziali successi,
di organizzare una crociata contro i Turchi. Si capisce che la grande operazione
mediatica (far emergere dalle nebbie del nord una luce che rischiara la cultura
latina) si sgonfia, perde di fascino.
E anche la
situazione finanziaria gioca la sua parte: Callisto cerca di risparmiare ovunque
può, per mettere insieme il suo esercito di crociati. Ne fa le spese brava gente
come il nostro Enoch che di colpo si trova in mano un codice che lui aveva
portato, sicuro della sua collocazione sul mercato e che ora si rivela
all’improvviso di difficile smercio. Come è noto, in questo tipo di missioni che
venivano generalmente appaltate, chi faceva il viaggio, acquistava e trasportava
merce preziosa, di fatto anticipava e dunque rischiava in gran parte di tasca
propria.
Una sorta di
condanna a morte per un capolavoro assoluto e irripetibile. Perché il
manoscritto venne smembrato. Possiamo immaginare che Enoch abbia calcolato che
diviso in due o tre parti fosse più facile da collocare magari realizzando anche
un utile più alto rispetto alla vendita in blocco. Tutto sembra congiurare,
perché nel 1457 Enoch muore e non può dunque più gestire il suo tesoro. Qui si
perdono le tracce del prezioso codice con le opere minori di Tacito. Solo nel
1902, Cesare Annibaldi scoprì in una biblioteca privata di Jesi, quella del
conte Guglielmo Balleani, un codice che conteneva Agricola e Germania.
Almeno otto pagine di questo codice, passato sicuramente per le mani di un
umanista illustre come Stefano Guarnieri ma chissà come confezionato, furono
riconosciute come appartenenti al codice originale, quello portato in Italia da
Enoch d’Asoli.
Una storia, come si
vede, misteriosa ed enigmatica, degna di un Indiana Jones della filologia.
Anche perché qui
entra in gioco il nostro Dialogus de oratoribus, che del codice di Jesi
non fa parte. Questa mancanza ha aperto tutti gli interrogativi sulla effettiva
paternità tacitiana del Dialogus stesso.
Anche se va detto
che, a dispetto di tutte le esercitazioni retoriche e stilistiche condotte sul
Dialogus, uno studioso come Pier Candido Decembrio, che ebbe modo di
vedere il manoscritto ancora integro, attesta che il Dialogus ne faceva
parte ed è da considerarsi opera di Tacito. Decembrio, serve ricordare, è
studioso autorevolissimo: biografo dei Visconti, traduttore di Omero, Polibio,
Plutarco, abbreviatore (cioè estensore della minuta delle bolle papali) al
servizio proprio di Niccolò V e Callisto III.
E oggi, occorre
aggiungere, la maggior parte degli studiosi, pur evidenziando una certa
inquietudine davanti a stilemi poco tacitiani, concorda sulla effettiva
paternità tacitiana. Tuttavia il Dialogus sembra fatto apposta per
moltiplicare gli interrogativi al suo riguardo.
Provo ad elencare.
Quale Tacito ha scritto il Dialogus? Cioè un Tacito giovane, in pieno
tirocinio letterario e non ancora padrone di uno stile proprio, non ancora
consapevole dei propri mezzi espressivi? O un Tacito adulto, smagato, disilluso?
Io propendo per la seconda ipotesi. È vero che uno scrittore giovane e in pieno
apprendistato mette le coscienze di tutti a posto e quando qualcosa non torna,
le oscillazioni e le incertezze stilistiche vengono comodamente ascritte alla
mancanza di maturità.
Ma non si può
trascurare l’unico punto abbastanza sicuro: la dedica a Fabio Giusto che è quasi
sicuramente il Lucio Fabio Giusto che fu console nel 102 ed era sodale di Plinio
il Giovane. Ed è abbastanza probabile che il Dialogus sia successivo al
96, cioè alla pubblicazione della Insitutio oratoria di Quintiliano
(qualcuno parla addirittura di una risposta di Tacito al grande contemporaneo).
Questa collocazione
temporale trova anche una suggestiva conferma nel clima morale che si respira
nell’operetta. Uno dei dialoganti, Curiazio Materno, è l’oratore deluso, stanco,
consapevole di quanto poco spazio esista per quello che oggi chiameremmo
l’intellettuale organico, l’intellettuale militante. Curiazio si è ritirato, fa
il letterato a tempo pieno, nel chiuso della sua stanza e, per così dire,
fasciato, riparato e difeso dal suo stesso studio.
Coincide questa
immagine proprio con quella di Tacito che nel 100 ha partecipato al processo per
corruzione e concussione intentato contro il proconsole d’Africa Mario Prisco.
Tacito rappresenta la parte lesa, i derubati, i provinciali d’Africa, e suo
collega è, guarda caso, proprio Plinio il Giovane. Dopo quel processo si ritira
dall’attività oratoria per dedicarsi alla sua opera storiografica (anche se non
rinuncia all’attività politica dato che fu tra 112 e 113 proconsole d’Asia).
Come se non
bastasse, a complicare il quadro di mistero attorno all’operetta tacitiana, c’è
almeno una lacuna abbastanza (non sappiamo quanto) estesa che ci impedisce di
cogliere l’effettivo ruolo che ha nel dialogo e dunque nel dibattito un
personaggio come Giulio Secondo che è stato forse uno dei maestri di oratoria
dello stesso Tacito.
Infine anche la
stessa scelta della forma del dialogo pone qualche problema nel contesto delle
abitudini tacitiane. Ma qui possiamo semplicemente pensare ad un adeguamento del
nostro autore alla prassi letteraria quando si debbono affrontare temi di questo
tipo.
Tuttavia debbo dire
che, a un quadro tanto complesso e frastagliato, sostanzialmente manca nella
bibliografia relativa al Dialogus una domanda che invece a me pare
fondamentale, una sorta di rasoio che può tranquillamente dirimere molti aspetti
della questione.
La formulo così,
molto semplicemente: il Dialogus può essere letto nella chiave della
ideologia tacitiana? Si giustifica nel contesto del mondo concettuale dello
storico? Rispondo subito che non solo il Dialogus esprime appieno e in
modo vigoroso e netto l’ideologia tacitiana, ma che percorrendo questa strada mi
sono convinto che solo Tacito può averlo scritto.
Cerco di
ripercorrerla qui brevemente questa strada.
Intanto le
coordinate esterne. Il Dialogus propone una discussione avvenuta attorno
al 75, quindi sotto il principato di Vespasiano. Vi partecipano Marco Apro
(maestro di Tacito e sostenitore dell’oratoria contemporanea) e Giulio Secondo
(forse anche lui maestro di Tacito e il cui ruolo nel dibattito appare marginale
o comunque non chiarito a causa di quella lacuna di cui si diceva prima). Sono i
due più grandi oratori dell’epoca flavia. Poi ci sono Vipstano Messalla
(sostenitore dell’eloquenza di impronta ciceroniana e parzialmente portavoce di
Tacito) e Curiazio Materno (il più vicino di tutti al pensiero tacitiano e
padrone della casa in cui si raccoglie il gruppo). Il primo è storico e oratore
illustre, il secondo è autore tragico e di lui abbiamo solo le notizie che ci dà
Tacito in questo testo. Ai quattro va aggiunto l’io narrante di Tacito stesso
che nelle prime battute afferma di aver seguito giovanissimo, forse ventenne, il
dibattito.
Serve ricordare
anche che il Dialogus si colloca in maniera precisa lungo un filone
prioritario della letteratura latina che appare sempre preoccupata di definire
ruolo e valore dell’oratoria e, in stretta connessione, la figura del
buono/perfetto oratore e la sua formazione. Il caposaldo di questa linea è
Catone.
A lui Cicerone
attribuiva qualcosa come 150 orazioni. E Quintiliano lo definì proprio per la
sua attività oratoria “fondatore della storia”. Proprio Catone, agli albori del
secondo secolo prima di Cristo, si preoccupa di definire la figura del perfetto
oratore che doveva essere uir bonus, dicendi peritus. Cioè un galantuomo,
consapevole degli strumenti del buono ed efficace esprimersi.
Oratori insigni
furono Appio Claudio Cieco, i Gracchi, Scipione l’Africano, Lucio Emilio Paolo e
quel Servio Sulpicio Galba che Cicerone ebbe a definire “divino nel parlare”.
E poi la
generazione dei grandissimi, pur se di formazione diversa: Marco Antonio, Quinto
Ortensio Ortalo, Gaio Giulio Cesare, Marco Giunio Bruto.
E naturalmente
Marco Tullio Cicerone. Cicerone parlò come avvocato difensore, come pubblico
ministero, come propugnatore dell’introduzione di determinate leggi e come
avversatore di altre. Ben 58 delle sue 106 orazioni sono a giunte a noi. E poi
l’arpinate ha scritto moltissimo per definire da una parte il percorso tecnico
di formazione dell’oratore e dall’altra la figura ideale di chi esercita
l’eloquenza per mestiere. Crasso, nel primo libro de De oratore, parla di
arte oratoria come dono naturale (dono divino, si intende) che però va affinato,
alimentato, perfezionato da una cultura vasta e differenziata: cultura
giuridica, filosofica, letteraria, storica, artistica. E nel Brutus
Cicerone si sente in dovere di tracciare la storia dell’eloquenza romana che va
dalla cacciata dell’ultimo re a Cicerone stesso.
Quintiliano si pone
sulla scia di Cicerone, circa la necessità di una equilibrata formazione
intellettuale e morale. Ma proprio a lui, che poneva l’accento sulla tensione
etica dell’oratore, sfuggiva che la crisi evidente dell’oratoria non era
semplicemente tecnica, ma politica, storica, epocale. Non una crisi dovuta ai
cattivi e incolti maestri, come lamentava Quintiliano, ma al venir meno della
libertà di parola, alla piaggeria, all’inchino davanti al potere.
Sicuramente non è
un caso che l’unico saggio oratorio da noi posseduto di un altro grande di quei
tempi, Plinio il Giovane, sia una gratiarum actio, il Panegyricus
con cui Plinio, appena nominato console, esalta l’imperatore Traiano.
Infine mi pare
opportuno ricordare un dato molto significativo circa il valore letterario della
parola pronunciata. I 35 libri a noi giunti dell’opera di Tito Livio contengono
qualcosa come 407 discorsi, in maggioranza in forma diretta. E la discussione
attorno a quella che potremmo chiamare l’oratoria in Livio ha sempre attirato e
coinvolto traduttori, critici, studiosi dell’opera del grande padovano. Del
resto basta andare a leggere Machiavelli.
Proprio il
tracciato di questo breve diagramma, pone con forza il quesito da cui sono
partito. Il Dialogus rispecchia la visione del mondo di Tacito, la sua
concezione della storia, la sua visione dei destini umani? È ancora un documento
della sua lucidità analitica? Troviamo anche qui la forza, il nerbo, l’austera e
disincanta serenità del suo indagare?
Tacito si dichiara
già nella dedica, che più che tale mi pare una dichiarazione programmatica.
“Giusto Fabio, spesso ti rivolgi a me per sapere perché la nostra epoca, sterile
e priva ormai della gloria che nasce dall’arte del parlare, a malapena si
ricordi cosa vuol dire la parola oratore, mentre le generazioni
precedenti hanno visto fiorire il talento e la gloria di tanti oratori
eccellenti. Con questo nome, oratore, noi indichiamo infatti solo gli
antichi, perché i moderni parlatori, prima di chiamarli oratori, bisogna
definirli causidici, avvocati, patroni, o quello che vuoi tu”.
Diserti,
causidici, aduocati, patroni: non uno solo di questi quattro termini può
essere letto in accezione positiva. Diserti indica spregiativamente i
parlatori che eccedono in ornamenti, fronzoli, orpelli. Oratori barocchi,
diremmo noi. Causidici, parola che suona negativa anche in italiano,
indica genericamente tutti coloro che difendono cause. Mestieranti del foro,
diremmo noi. Esattamente come aduocati e patroni.
Da tale promontorio duro e scoglioso, comincia
la navigazione di questo Dialogus. I protagonisti si sorridono, sembrano
duellare in punta di spada e ricamare argomentazioni, ma in realtà si scambiano
arrembaggi, si sparano roghi immensi di fuoco greco, cercano di affondarsi
reciprocamente senza andare tanto per il sottile.
Fuori di metafora:
sembrano parlare linguaggi diversi, sono separati da abissi, tra le diverse
posizioni corrono distanze che perfino riesce difficile valutare. Giocano duro
perché forse non sono nemmeno in grado di capirsi.
Già questo rilievo
esterno ci permette di cogliere la mano di Tacito: il lessico è ricercato,
aulico, talora soave e spesso aspro; la sintassi si muove con la consumata
abilità di chi ha letto la prosa di Cicerone e la invidia, ma si sente più
vicino al franto e nervoso procedere di Seneca. Si respira, pur in forme
composte, un’aura di dramma che riporta in continuazione il lettore al quadro
tragico dei tempi in cui gli eventi si svolgono. C’è grandezza in questo, un
segnale di scrittura alta quale solo al genio è consentita. Ed è la mano di
Tacito, io non ho dubbi.
La stessa mano,
tanto per rifarmi ad un esempio noto, che tratteggia il quadro di piaggeria, di
cortigianeria, di adulazione che segue alla morte di Ottaviano Augusto quando i
senatori di Roma si profondono in lusinghe con Tiberio, sforzandosi di apparire
sinceri, ridicoli perfino, nel tentativo di nascondere quello che stanno
effettivamente facendo. La mano che riesce a tracciare qualche linea decisa, ma
leggera su un foglio facendo comprendere che il disegno vero e pesante e
compiuto è sull’altra faccia.
Il dialogo si snoda
su due macrosequenze, giocate dal nostro scrittore con consumata perizia che
riesce a conferire movimento ad una situazione collaudata (e bisogna aggiungere
estremamente statica) come quella di un gruppo di amici che si ritrovano a
discutere nella Roma di tre quarti di secolo. E non parlano certo di frivolezze
come le quote offerte dai bookmaker per i duelli di gladiatori o dagli
allibratori per le corse delle bighe. Si parte con il gruppo non al completo e
ad un certo punto, ad inaugurare la seconda macrosequenza, interviene Vipstano
Messalla. Tacito fa intervenire a cose già avviate colui che diventerà
protagonista assoluto del Dialogus. Si tratta di un grande effetto
scenografico, ma l’escamotage consente anche a Tacito di ricapitolare brevemente
quanto si è detto e di ricordare velocemente le diverse argomentazioni addotte.
È una sorta di trampolino di lancio che permette di entrare nel vivo della
discussione per il coinvolgente e decisivo contributo di Messalla. Il nuovo
venuto proprio perché non coinvolto nella precedente discussione e perché libero
dalla zavorra della sterile dialettica che lo ha preceduto, può imprimere una
svolta alla discussione stessa.
La prima
macrosequenza, che potremmo definire di taglio pedagogico ed etico, ha una
funzione introduttiva rispetto alla seconda.
Si esaminano alcune
motivazioni di consolidata tradizione, di facile presa e anche di incondizionato
coinvolgimento generale: l’oratoria decade per colpa di scuole e maestri
inadeguati e tale decadenza è specchio del declino della pubblica moralità. Come
si vede, sono gli argomenti cari a Quintiliano.
A questo punto
sopraggiunge Vipstano Messalla e inizia la seconda parte del Dialogus.
“Materno, appassionato e quasi ispirato, aveva
appena finito di parlare, quando entrò nella sua stanza Vipstano Messalla. Egli
vide i volti tesi e intuì che il discorso avviato era di grande importanza:
«Forse sono stato poco tempestivo», si scusò, «nell’intervenire ad una riunione
segreta in cui magari state preparando la difesa per qualche processo».
«No, no», lo tranquillizzò Secondo, «anzi mi
avrebbe fatto piacere che tu arrivassi prima. Intanto ti sarebbe piaciuto molto
l’abilissimo discorso che ha fatto il nostro Apro per esortare Materno a
rivolgere tutto il suo talento e tutto il suo zelo all’attività forense. Ma
anche Materno ti sarebbe piaciuto con la sua difesa gioiosa della poesia:
un’orazione risoluta, davvero utile a difendere i poeti e più simile ad una
recitazione poetica che non al discorso di un oratore».
«Davvero», replicò Messalla, «avrei provato
grandissimo piacere da questa discussione. Ma ciò che più mi emoziona è il fatto
che voi, uomini di grande prestigio e oratori del nostro tempo, non solo
esercitiate le vostre abilità nelle pratiche forensi e negli esercizi di
declamazione, ma intraprendiate anche delle discussioni che nutrono la mente e
che recano il godibilissimo conforto della cultura e della letteratura, non solo
a voi che in questa discussione siete impegnati, ma anche a coloro che la
ascoltano. Allora, per Ercole, vedo che tu, Secondo, vieni elogiato per aver
dato, con la tua narrazione della vita di Giulio Africano, ai tuoi contemporanei
la speranza di molti libri di ugual livello. Altrettanto viene rimproverato
Apro, perché non ha ancora preso le distanze dalle dispute scolastiche e
preferisce impegnare il suo tempo libero secondo le abitudini dei nuovi retori
piuttosto che seguire il modello degli oratori antichi».
Apro di rimando: «Messalla,
tu non vuoi proprio smetterla di ammirare tutto ciò che è vecchio e decrepito,
mentre invece deridi e disprezzi le tendenze del nostro tempo. Molte volte ti ho
ascoltato mentre, dimentico dell’eloquenza tua e di tuo fratello, sostenevi che
oggi non c’è alcun oratore che regga il confronto con gli antichi. È una
affermazione piuttosto ardita, mi pare, visto che tu non temevi alcuna critica
malevola, negandoti da solo quella gloria che invece molti ti concedono»”.
Decolla così, a
colpi eleganti ma durissimi, la seconda parte del Dialogus che si
preannuncia subito per quella che è: il tentativo di risolvere finalmente un
dilemma antico. Se valga più l’abilità, il navigare a vista proprio dei
praticoni o se invece si debba nutrire di cultura e di sensibilità letteraria il
proprio dire. Non manca evidentemente il confronto tra gli antichi (sempre
bravi) e i moderni (sempre in perdita rispetto al presente, come vuole un logoro
luogo comune).
È anche il secondo,
più alto, peculiare e qualificante, momento ideologico del Dialogus.
Ruota tutto attorno all’intervento di Curiazio Materno e ha il suo nocciolo duro
nei capitoli compresi tra il 38 e il 40 che sono di fatto i capitoli finali, la
culminazione del ragionamento.
Qui Tacito sposta,
con grandi abilità e sensibilità, il dibattito sul piano sociologico e politico.
Le parole di
Materno sono improntate a grandi
equilibrio, coerenza e saggezza. Sono anche fondate su un solido buon senso
romano. Appaiono dunque, nella loro oggettiva serenità, credibili e persuasive.
Materno riconosce,
forse con una venatura di dubbio, che “il sistema moderno riesce ad accertare
più velocemente la verità. Ma stimolava certo di più l’eloquenza l’abitudine al
foro in cui nessuno era costretto a concludere l’arringa nel giro di poche ore,
in cui non vi era limite ai rinvii, in cui ognuno dava la durata che voleva al
suo discorso, in cui non si pretendeva di limitare il numero dei giorni e dei
patroni”.
Troppo forse, e
bisogna riconoscere che in qualche modo bisognava darsi delle regole. Per usare
l’immagine che Tacito stesso impiega in questo contesto, bisognava mettere le
briglie all’eloquenza. Infatti vi provvide Cneo Pompeo nei primi mesi del 52 a.
C. quando esercitò il consolato sine collega.
Imbrigliare? Per
non ingenerare dubbi e fugare equivoci Curiazio precisa subito che non erano
regole liberticide, anzi. “Ma le cause continuarono a venir trattate tutte nel
foro, tutte in pieno regime di legalità, tutte davanti ai pretori”.
Curiazio cita tutta
una serie di esempi e poi, di colpo, il suo discorso vira, si impenna. Penetra
senza esitazione fino al cuore del problema. Dice che poco a poco lo smalto del
furore oratorio si è offuscato.
Tranne in un caso,
clamoroso. Una vicenda gialla, un processo alle Perry Mason di cui noi siamo
informati da Quintiliano.
Si tratta di un
tentativo di estorsione su larga scala, addirittura un’intera eredità. Muore una
donna ricchissima, Urbinia, e contro i legittimi eredi si fa avanti un tale che
sostiene di chiamarsi Clusinio Figulo e di essere figlio della defunta.
L’avvocato che patrocina gli interessi degli eredi lo smaschera e fa venir fuori
la verità: è uno schiavo, Sosipatro, non nuovo a colpi del genere.
L’avvocato è Asinio
Pollione, brillante, irruente, coinvolgente.
Ma il testo
tacitiano, certamente non a caso cita quel processo. Riguarda un fatto privato,
una vicenda tutto sommato squallida e se un oratore può far brillare la sua
facondia, è solo perché non si vanno ad invadere campi di interesse pubblico.
Insomma anche
questo va annoverato tra i processi abitualmente viziati da paura e conformismo.
Siamo, come ci ricorda il Dialogus, “nel bel mezzo del principato del
divo Augusto, quando il lungo periodo di quiete, l’apatia indisturbata del
popolo, l’ininterrotta tranquillità del senato, l’assoluta disciplina imposta
dal principe avevano pacificato come ogni altro aspetto della vita civile, anche
l’eloquenza”.
…eloquentiam
sicut omnia depacauerat.
È la natura stessa
del principato che genera lo stato di cose, il prezzo necessario da pagare alla
pacificazione.
Facile sentire,
dietro alle parole tranquille, più accorata rassegnazione che il riconoscimento
di un superiore livello di vita.
Ed ecco il
fondamentale incipit del capitolo 39 in cui Tacito/Curiazio avverte il lettore:
“Quello che sto per affermare, sembrerà di poco conto e risibile, ma tuttavia lo
dirò, altro non fosse che per strapparvi un sorriso”
A me pare chiaro
che non si riferisce solo alla ridicola immagine dell’avvocato/oratore stretto
nella sua paenula, nuova uniforme dell’oratoria decaduta e prostituita.
La paenula è una mantellina che copriva anche le braccia ed era dotata
della cuculla, una sorta di cappuccio. Era l’indumento di chi si metteva
in viaggio e presagiva cattivo tempo. Da questo passo veniamo a sapere che la
toga, vero e proprio paramento sacro di quella liturgia che era un tempo il
processo, ha ora ceduto il passo a questo indumento dozzinale. Un segno fisico,
visibile. Ma non si tratta solo di questo.
È come se il nostro
dialogante lanciasse un segnale, come se dicesse: “Forzerò i toni, parlerò per
antifrasi, occorre capire qualcosa di più e magari perfino il contrario di
quanto io dica o possa dire”.
Intanto Tacito ci
dice a che cosa sono ridotti processi: a due chiacchiere scambiate col giudice
(che sappiamo essere spesso digiuno di diritto), sufficienti ad aggiustare le
cose. Il giudice è tronfiamente consapevole del potere che il suo ruolo gli
conferisce e dunque influenzabilissimo da due paroline ben congegnate.
Questo capitolo 39
gira attorno ad alcune poderose immagini tratte dal mondo delle corse ippiche.
“Allo stesso modo
in cui sono le corse e i grandi spazi a provare la nobiltà dei cavalli, così
anche gli oratori hanno bisogno di un terreno su cui muoversi liberi e sciolti
da impacci: altrimenti l’eloquenza si indebolisce fino a spezzarsi”.
E poco più in là,
alludendo alla situazione odierna: “Il processo si svolge come in mezzo a un
deserto, con una o due persone ad ascoltarti. L’oratore ha invece bisogno di
avvertire clamori ed applausi come se fosse in teatro”.
E poi ecco un
crescendo irresistibile, nel quale il lettore avverte il peso fisico di questo
oratore che è simile ad un cavallo di razza, assetato di ampi spazi, che ha
bisogno di sentire gli applausi sulla sua pelle e dunque la pressione di una
platea vasta e attenta, magari non sempre favorevole e, perché no?, perfino
ostile. La sfida, l’agonismo, il sale della vita insomma. “Ed effettivamente
agli oratori antichi accadeva così: tanti e tanto illustri cittadini stipavano
il foro; intere clientele, intere tribù, delegazioni di municipi, intere
popolazioni d’Italia assistevano ai dibattimenti più importanti; e spesso,
quando giudicava che si dibattessero questioni che lo interessavano
direttamente, era presente l’intero popolo di Roma. E tutti sanno che ad
ascoltare l’accusa e la difesa di Gaio Cornelio, di Marco Scauro, di Tito
Milone, di Lucio Bestia, di Publio Vatinio accorreva tutta la città e
l’entusiasmo del popolo diviso in fazioni risvegliava e incendiava anche gli
oratori più freddi. E così, per Ercole, ecco le orazioni che ancor oggi troviamo
nei libri e che sono il maggior titolo di merito di chi le ha pronunciate”.
Tutti i nomi si riferiscono ad orazioni ciceroniane.
Ed eccoci al capitolo 40. Qui dobbiamo
immaginare che il tono della voce di Materno si alzi, che egli cominci a
scandire le parole, quasi a martellarle. L’oratoria un tempo era un fuoco, e i
potenti ne venivano attaccati. Senza paura: e anzi l’importanza dell’avversario
era motivo di gloria.
“Davvero! Quanto
fuoco e quante fiaccole accese apportarono al talento degli oratori le
incessanti assemblee, il diritto -valido per tutti- di attaccare i più potenti,
il vanto che veniva dall’avere nemici importanti. Moltissimi tra coloro che
erano abili a parlare non risparmiarono nemmeno Publio Scipione o Silla o Cneo
Pompeo e per demolire gli uomini più influenti, sfruttavano, con l’atteggiamento
proprio di chi odia e atteggiandosi a istrioni, le orecchie del popolo.»
E allora com’era la
vera eloquenza? «Era capace di lasciare il segno, nutrita di insubordinazione
(quella che qualche sciocco chiama libertà), compagna delle sedizioni,
provocatrice di un popolo sfrenato, restia all’obbedienza e al rigore,
insofferente, temeraria, arrogante, quale, insomma, mai nasce nelle città bene
ordinate”.
Attenzione.
Dobbiamo ricordarci che Curiazio Materno ci ha detto qualche istante fa che
userà l’arma dell’ironia, che bisognerà sentirlo dire una cosa e capirne
un’altra. Lui, per questa eloquenza ribelle, nutre in realtà una grande
ammirazione.
…magna illa et
notabilis eloquentia si fa scappare a piena bocca in questo contesto. E
poi, come se ce ne fosse bisogno, ci fa capire ancora che parla per antifrasi.
“Si è mai avuta
notizia di un oratore di Sparta o di una città cretese? No, perché ci vengono
tramandate come città severissime per disciplina e leggi. E non conosciamo
nemmeno l’eloquenza dei Macedoni o dei Persiani o di qualunque altro popolo che
sia stato tenuto a freno da un governo ben regolato. Invece si imposero alcuni
oratori a Rodi e parecchi ad Atene. Lì il popolo poteva tutto, tutto potevano
gli ignoranti e, se mi consentite il gioco di parole, tutti potevano tutto”.
C’è bisogno di dire
che l’inattaccabile, inossidabile, immarcescibile legalità che regnava a Sparta
e a Creta sarà da intendere come dispotismo, come autoritarismo?
E prosegue
incalzante: “Fino a quando la nostra città deviò dalla sua strada e fino a
quando si consumò nelle discordie e nelle lotte di parte, finché il foro non fu
pacificato, finché il senato non trovò concordia di intenti, finché non vi fu
regola nei procedimenti giudiziari, finché nessun rispetto era dovuto ai
potenti, finché i magistrati non ebbero limitazioni al loro potere, Roma
produsse una più valida eloquenza, come un campo non domato dall’aratro produce
erbacce rigogliose”.
Dice: herbas
laetiores. L’immagine delle erbacce rigogliose mi pare perfino trionfale,
pensando a quanto più ricco di significati sia il latino laetus rispetto
all’italiano lieto. Laetus è connesso con laetamen, quasi a
dire che non possono esserci gioia e crescita e maturità senza una buona
concimazione.
Personalmente non nutro dubbi. Mediato dalla
struttura del dialogo e frenato dalla prudenza indotta dai tempi, qui troviamo
nella sua interezza Tacito, con le sue nostalgie rassegnate, ma vivide nella
memoria e ancora fertili di atteggiamenti eticamente decorosi.
Non a caso il
capitolo (e di fatto il Dialogus) si chiude sui Gracchi e sul loro essere
scomodi. Oggi diremmo, intellettuali molto poco organici al potere. La loro
eloquenza “non fu per la repubblica tanto preziosa da tollerare anche le loro
proposte di legge”.
Evidente ammirazione, anche se forzatamente sotto traccia
Negli Annales
aveva detto esattamente le stesse cose. È vero che i Gracchi furono
turbatores plebis.
Ma quando le cose si mettono male, anche per colpa loro certo, arriva a
ristabilire l’ordine Cneo Pompeo. Davvero un rimedio?
Nel 52, in seguito
ai tumulti che avevano sconvolto Roma dopo l’uccisione di Clodio, il senato
ricorre a provvedimenti eccezionali e nomina Pompeo consul sine collega,
una sorta di dittatura.
“Cneo Pompeo, eletto console per la terza volta
con l’incarico di riformare i costumi, usò rimedi più pericolosi dei mali. Aveva
fatto delle leggi e fu costretto lui stesso a sovvertirle. Finì col perdere con
le armi quanto con le armi cercava di difendere”.
Cito, fra tutti, J. Dangel, La phrase oratoire chez Tite-Live, Paris,
1982.
Tacito, Dialogus de oratoribus, 1, 1. Tutti i brani del dialogo sono
riportati nella mia traduzione (Tacito, La Germania, Vita di Agricola,
Dialogo degli oratori, Cura e traduzione di Gian Domenico Mazzocato,
Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 1995).
Dialogus, 14, 1-4; 15, 1. Giulio Africano è forse il padre di quel
Giulio Africano di cui parla Tacito in Annales, 6, 7. Questo Giulio
Africano è citato da Quintiliano (Institutio Oratoria 10, 1, 118; 12,
10, 11). Di origine gallica, era considerato uno dei più valenti oratori del
suo tempo.
Institutio Oratoria, 14, 2, 4-5.
Dialogus, 39, 4-5. G. Cornelio, tribuno della plebe nel 67 a. C., fu
difeso da Cicerone dall’accusa di lesa maestà; M. Emilio Scauro fu difeso,
nel 54, da Cicerone dall’accusa di concussione che si era tirata dietro
dalla pretura di Sardegna; il terzo riferimento è alla Pro Milone,
con la quale Cicerone difese Milone, incolpato dell’assassinio di Clodio;
Lucio Calpurnio Bestia, tribuno della plebe nel 62 ed edile nel 58, fu
accusato nel 56 di brogli elettorali e difeso da Cicerone; P. Vatinio di
Rieti, ricordato anche da Catullo (14, 3), apparteneva al partito di Cesare
e aveva fatto fortuna grazie alla sua mancanza di scrupoli. Ebbe infatti un
buon cursus honorum (questore, tribuno e perfino console aggiunto tra
il 63 e il 54). C. Licinio Calvo per ben tre volte sostenne accuse contro di
lui e lo stesso Cicerone lo aveva fatto oggetto di una vera e propria
aggressione verbale durante un interrogatorio. Cicerone, su richiesta di
Cesare, lo difese poi, anche se sicuramente di malavoglia, in un processo
de sodaliciis, quello che oggi chiameremmo processo per voto di scambio,
o qualcosa di simile (per esempio l’associarsi in modo truffaldino per
influenzare o padroneggiare il movimento dei voti durante una elezione).
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