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IL PISNENTE E LA
CONTESSA
IL SEGRETO DI UNA TOMBA
Nei giorni in cui, esattamente ad un anno di distanza dal
delitto, si celebra il processo a Pietro Bianchet, reo di aver ucciso l’11
marzo del 1903 la sua padrona, la contessa Teodolinda Zenobia Onigo, il
Gazzettino pubblica a puntate e in prima pagina, un romanzetto d’appendice,
Il segreto di una tomba.
L’autore, Emilio Richebourg (1833-1898) è oggi
praticamente dimenticato, ma fu ai suoi tempi uno dei più popolari e
tradotti autori di feuilleton, che i giornali italiani letteralmente
saccheggiarono e continuarono a saccheggiare anche dopo la sua morte. Ancor
oggi sono reperibili La capinera del mulino, Le due madri, Il figlio.
Ma questi sono i giorni caldissimi in cui viene attesa
una sentenza comunque destinata a spaccare le coscienze. E qui, anche se
argomento, protagonisti, luoghi tutto sono fuor che veneti, la scelta di
quel testo di Richebourg dimostra tutta l’abilità del quotidiano nello
sfruttare una diceria che girava proprio tra la gente trevisana e veneta.
Perché c’è un’altra tomba che serba, forse, un segreto.
Proprio la tomba di Linda Onigo.
L’ultima rappresentante della millenaria dinastia degli
Onigo è sepolta in un tempietto aperto, sito nel giardino di quello che è
ora il palazzo delle Opere Pie di Pederobba. Vi fu inumata il 13 marzo, con
un funerale frettoloso, di fatto poco più di 24 ore dopo il delitto, con
quella bara scomoda e orrenda che conteneva una testa staccata dal corpo.
Il corteo era partito da Treviso in mezzo ad un gran
trambusto. Tirava anzi aria di sommossa da parte di un popolo inferocito
contro i grandi agrari e tutto dalla parte dell’assassino. Ci furono momenti
di gran parapiglia, soprattutto all’uscita da Treviso che avvenne attraverso
Porta Cavour (oggi porta Santi Quaranta): la folla era così eccitata che
qualcuno, appena il corteo si mosse, cercò di spingere il feretro nelle
acque del Sile.
Al punto che l’abate Luigi Bailo (che pure avrebbe
offerto una testimonianza non tenerissima nei riguardi della Onigo, un anno
dopo, al processo) tuonò, con un suo sdegnato articolo, contro il
parapiglia.
TREVISO IN TUMULTO
A Porta Cavour volarono invettive, insulti, qualche
sasso. La sensazione di chi rilegge oggi quei fatti, è che da parte della
forza pubblica non si sia fatto tutto il possibile né per prevenire prima né
per arginare poi. Ogni disordine era utile per accreditare una tesi molto
comoda: Bianchet era pedina di un più vasto complotto, teso a rovesciare il
sistema dei grandi agrari, spesso (come nel caso della Onigo) padroni
assoluti e dispotici del corpo e dell’anima dei lori contadini. Tesi, con
tutta evidenza, inverosimile e perfino ridicola.
Poi, da Porta Cavour, il più velocemente possibile verso
Pederobba. Il corteo era formato da due tronconi nettamente divisi tra loro.
Subito dietro il feretro c’erano parenti e amici della nobildonna uccisa.
Più in là i carretti dei suoi fittavoli, i suoi pisnenti come si diceva
allora, combattuti fra l’odio alla padrona e la necessità -dettata dal loro
ruolo subalterno- di essere in qualche modo presenti.
Linda Onigo fu sepolta velocemente, senza grandi
cerimonie.
Ma al mattino seguente, sulla sua tomba furono trovate
tavole e sassi: la gente voleva impedire che la sua anima salisse al cielo,
si disse.
Il clima di livore e odio era tanto spesso e pesante che,
per evitare oltraggi alle spoglie mortali, fu fatta circolare una voce. Il
corpo di Teodolinda Onigo era stato segretamente inumato in una non meglio
precisata chiesetta dei dintorni.
Proprio non era destinata a trovare pace, la contessa.
Inquieta e diversa. E malata di avarizia, come si disse in tribunale.
Destinata, proprio nelle diverse fasi del processo spesso tese ed aspre, ad
essere una seconda volta fatta a brandelli, dilaniata. Ma andiamo con
ordine.
Pietro Bianchet uccise per motivi personali.
Ma la vicenda li travalica, esce dai suo argini come un
fiume in piena, impetuoso e dirompente, invade un territorio immenso. Al
giornalista del Gazzettino che si reca ad intervistarlo il giorno dopo il
delitto, il parroco di Trevignano dice di Bianchet:
"Certo non è uno
stinco di santo e in chiesa non si faceva vedere mai. Gli piaceva far
baruffa, specie dopo qualche gotto di vino. Ma se non avesse avuto fame non
avrebbe ucciso".
Pietro Bianchet era di Trevignano, allora un paese di
poco più di mille anime. Apparteneva tutto alla Onigo: case, uomini animali.
Perfino le canalette che portavano l’acqua dalla Piave, la cui manutenzione
(per un sottile gioco molto vicino al ricatto) spettava al comune. La Onigo
le apriva, a suo piacimento, e le chiudeva, magari con le bestie che,
d’estate, urlavano la loro sete nelle stalle.
SERVI DELLA GLEBA
Anche Pietro Bianchet era sua proprietà: il pisnente
coltivava per lei due campi, sempre più poveri e logorati dallo
sfruttamento. Una casa dal pavimento di terra e dalle finestre con fogli di
carta al posto dei vetri, completavano il piccolo, disperato mondo di Pietro
Bianchet. Un mondo minato dai debiti contratti con le banche, con la
padrona, con fittavoli più fortunati; un mondo che forniva di che vivere per
sei mesi all’anno. Se…
Se andava bene: se non arrivava la tempesta a distruggere
tutto, se la filossera non attaccava le viti, se la pellagra non si faceva
viva con uno dei suoi terribili attacchi.
Un mondo abitato anche da sua moglie e dalla sua prima
figlia. In quei primi giorni del marzo 1903 Pietro Bianchet si era recato a
lavorare nel giardino di Linda Onigo, a Treviso. La facciata del palazzo
guardava verso quella che è oggi piazzetta sant’Andrea e il parco occupava
lo spazio degli attuali giardinetti di Riviera Margherita, digradando fine
alle acque del Sile.
Il suo era un incarico, come si diceva, "a opera". Per un
giorno di lavoro percepiva una lira (il suo potere d’acquisto equivaleva sì
e no a 10, forse 12 euro attuali) con la quale Bianchet doveva mantenersi,
provvedere alla famiglia lontana, procurarsi gli strumenti di lavoro. Uno
strozzo, insomma.
Quando parte da Trevignano per raggiungere Treviso, la
moglie di Bianchet, Maria Semenzin è prossima al suo secondo parto. E, pochi
giorni dopo la sua venuta in città, Bianchet viene raggiunto dalla notizia
che è nata una bambina. Chiede di tornare a Trevignano, di avere un sacco di
grano per le prime necessità, di ricevere i soldi per prendere la carrozza o
il treno perché con un sacco sulle spalle non può certo compiere il tragitto
a piedi, come normalmente avveniva.
Passa attraverso Giuseppe Sabbione, amministratore della
contessa e suo uomo di fiducia: personaggio enigmatico, proveniente dal
Piemonte e con passato misterioso alle spalle. È un buon uomo, che spesso si
sobbarca la croce di attutire le sgradevoli e abrasive conseguenze del
caratteraccio della sua padrona, segnata da una profonda, inestirpabile
tirchieria.
La contessa nega e lui lo deve comunicare a Bianchet. Che
non dice nulla, non reagisce.
Il giorno dopo, l’11 marzo, Bianchet pare tranquillo e
intento a lavorare alle radici di una delle maestose magnolie che regalano
ombra ai viali. Sono le 4 e un quarto del pomeriggio. La Onigo e Sabbione
passeggiano nel parco, controllano i lavori.
Per Bianchet un rimprovero: sta lavorando male, gli urla
la contessa. Bianchet, che ha in mano una scure, si gira e vibra un colpo
che le stacca la testa. I suoi compagni di lavoro sono muti. Si fanno
attorno e osservano. Poi, incredibilmente, tornano alle faccende cui erano
intenti. Come se l’occhio della contessa appena uccisa fosse ancora lì a
controllarli. Tanto era il terrore che essa incuteva.
Bianchet corre a costituirsi. Si consegna ad una guardia
in piazza dei Signori. Processato un anno dopo.
UN PROCESSO "DIVERSO"
Un processo stranissimo quello che iniziò il 26 febbraio
presso la corte d’assise di Venezia. Un tribunale assediato e letteralmente
preso d’assalto dalla gente tutta favorevole all’assassino, in campo della
Bella Vienna, in Erbaria, in Pescaria. Corte e giurati avevano il loro
ingresso riservato dalla parte della Naranzeria, a sua volta stracolma di
popolo urlante.
Il Gazzettino del 26 febbraio 1904 inizia la sua lunga
serie di servizi (di estensione assolutamente inusitata per i tempi, con il
titolo sempre identico giorno dopo giorno -L’assassinio della contessa
Onigo- che campeggia a tutta pagina) sottolineando l’eccezionalità
del crimine: pochi processi criminali devono destare tanto
interesse…il grado sociale dell’assassinata, la causa impari, il modo
feroce, il caso di un rozzo contadino che si ribella e assale la sua nobile
padrona e a colpi di mannaia le recide il capo, sono una serie di
circostanze che raramente si riscontrano in un delitto.
E dire che vicende e processi in grado di accendere la
fantasia popolare non mancavano.
In quegli stessi giorni la cronaca nera registra eventi
di grande impatto, capaci di produrre orrore. A Vicenza imperversa una
sedicente contessa Villa la quale, millantando titoli nobiliari che non
possiede, accumula raggiri, estorsioni e conseguenti procedimenti
giudiziari. A Belluno Veronica Paolini D’Onofrio, di 43 anni, getta il
figlioletto appena partorito nelle acque del torrente Ardo. Vicino a Verona
un possidente noto e stimato, Alessandro Panato, viene rapinato e ucciso: il
fatto ha qualche aspetto misterioso e l’inchiesta brancola nel buio.
Nel vicino Friuli si scopre, tra le montagne, una zecca
clandestina specializzata nella stampa di corone austriache. Un vero e
proprio romanzo, un feuilleton assolutamente in piena regola: le macchine
litografiche sono nascoste in caverne, si scoprono ben presto complicità
eccellenti con arresti altrettanto eccellenti. C’è perfino una torbida
storia d’amore tra uno dei falsari e la dipendente di una tipografia e si
arriva addirittura al rito liberatorio di bruciare pubblicamente le
banconote false.
Ma nessuna di queste vicende riesce a scuotere tanto gli
animi, come l’omicidio perpetrato da Pietro Bianchet a danno della sua
padrona.
È una sorta di epopea dalle mille emozioni, un grande
affresco sociale, un poderoso e intrigante romanzo di appendice dal finale
aperto e atteso con ansia e perfino con angoscia. Che sarà del povero
pisnente? Come sarà giudicato il suo gesto omicida? Si terrà conto delle
radici profonde che lo alimentano con la rabbia dello sfruttamento, della
miseria e dell’ignoranza?
Di contro. Sarà data soddisfazione ad una intera classe
sociale, ferita, deturpata, offesa e oltraggiata? Sarà, il processo,
l’occasione per ridimensionare e comprimere il malumore delle classi
subalterne? E sarà restituita dignità alla vittima?
Il processo trasforma giorno dopo giorno, testimonianza
dopo testimonianza, Linda Onigo, la vittima, in carnefice. Lei tirchia,
avara, sordida, miserabile, gretta: un ritratto certo eccessivamente duro
per una donna provata dalla vita e indurita da esperienze terribili. Si
capisce che quella morte se l’è voluta, se l’è cercata. È lei la vera
condannata, non Bianchet.
Il processo ha radicalmente ribaltato i ruoli.
In qualche modo, magari confuso e ancora indecifrabile,
si avverte che quell’11 marzo 1903 ha fatto girare la storia. Che non ci
sarà la possibilità di tornare indietro.
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UN SECOLO SOTTO
CATTIVI AUSPICI
L’UCCISIONE DI UMBERTO I°
Novecento: fu salutato alla sua nascita come il secolo
della pace, della ragione, della pacificazione. Il simbolo era la parigina
torre Eiffel, costruita nel 1889 per l’esposizione mondiale, destinata a
vita effimera e invece mai smontata: doveva in qualche modo essere una
saldatura, un ponte tra il passato e il futuro, il segno fisico di una
civiltà pacifica, costruita sui nuovi valori positivi che la società
capitalistica andava organizzando. Non è un caso che, nei primissimi anni
del secolo, proprio a Parigi, Filippo Tommaso Marinetti pubblichi il
Manifesto del Futurismo che vuole esaltare
il movimento aggressivo,
l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il
pugno.
Perché il capitalismo ha spesso il volto bieco e il passo
sinistro dello sfruttamento, del colonialismo e, come aveva ben compreso
Marinetti, della competitività e dell’aggressività.
Evidentemente sarebbe stato, a dispetto di tutte le
attese, un secolo di guerra e di sangue.
E del resto il Novecento si era aperto sotto foschi
presagi.
Il 29 luglio 1900, poco dopo le 10 e 30, un filatore di
seta toscano, Gaetano Bresci, balzò sul predellino della carrozza del re
Umberto I, intervenuto ad un congresso ginnico a Monza. Non era per
stringere la mano al suo re, sulle ali dell’entusiasmo.
Bresci sparò ad Umberto tre colpi con una rivoltella di
piccolo calibro, tirata a lucido e rinvenuta, ancor calda, di lì a poco da
un pompiere, sul luogo stesso del delitto. Il primo colpo ferì il re al
collo, il secondo ad una scapola, il terzo andò a vuoto. Altri tre colpi
rimasero in canna. Qualche istante prima di essere aggredito, Umberto aveva
detto al generale Ponzio Vaglia che gli sedeva vicino: "Era molto tempo che
non assistevo in mezzo al mio popolo ad una dimostrazione di simpatia così
cordiale". Furono le ultime parole che pronunciò.
CROLLA "EL PARE DE TUTI I CAMPANILI"
E un altro minaccioso auspicio aveva segnato, soprattutto
per i Veneti, l’esordio del secolo. Accade la mattina del 14 luglio 1902 nel
cuore di Venezia, in Piazza san Marco.
Da tempo il campanile fa vedere crepe, fa sentire
scricchiolii, di tanto in tanto spande nell’aria uno spolverio di calce e
mattoni marci. Alle 9 e 45 una guardia municipale, messa lì a tenere
distante la gente, alza il naso e sussurra: Mi digo che no pasa sinque
minuti e qua vien so tuto.
Non passarono neanche quei cinque minuti. Come un enorme
castello di carte, il campanile si ripiegò su se stesso. Per un lunghissimo
istante la cuspide con le campane e l’angelo fluttuò nell’aria, poi il letto
di macerie che già si era formato la inghiottì in una apocalittica nuvola di
polvere.
L’angelo, portato dal caso ad un rimbalzo strano, andò a
rotolare nell’emiciclo della porta principale della basilica.
Delle cinque campane, solo una, la Marangona (ai
suoi rintocchi, i marangoni, cioè la maestranze delle varie arti,
cominciavano e finivano il lavoro), emergeva tra le rovine. Come le altre,
fu rifusa e il bronzo entrò nel metallo delle campane del ricostruito
campanile. L’inaugurazione avvenne nel giorno di san Marco del 1912: le
campane fecero tempo a scandire le ore tragiche della guerra.
Il crollo era atteso e non ci fu nessuna vittima, ma il
colpo fu terribile soprattutto dal punto di vista morale. Era caduto el
paron de casa, el pare de tuti i campanili, come lo chiamava la gente di
Venezia.
Venezia sospende ogni festa in calendario, ogni concerto,
ogni spettacolo pirotecnico. La stessa festa del Redentore si celebra in
sordina. I giornali riempiono pagine e pagine di indagini, liste di
sottoscrizioni e contributi, aneddoti.
E curiosità, tante curiosità: il Gazzettino del 19 luglio
sostiene che i suicidi dal campanile sono stati 102, l’ultimo nel luglio del
1888, un pompiere, tale Massari.
ARIA DI GUERRA
GRANDI MANOVRE A TREVISO
Ma soprattutto tira aria di guerra. La Germania, che ha
al governo Bernhard von Bulow, vara una legge sul riarmo navale che stanzia
enormi risorse per la progettazione di nuove tecnologie navali e soprattutto
per la costruzione di nuove corazzate. La Francia occupa varie oasi nel
Marocco, infuria la guerra anglo-boera, con l’Inghilterra impegnata anche in
Nigeria e a controllare le turbolenze delle popolazioni dell’Ashanti. E in
Cina infuria la rivolta dei boxers: il 14 agosto 1900 un corpo di spedizione
di 16mila uomini (ci sono anche Italiani) entra in Pechino e costringe alla
fuga la corte cinese. La Russia coglierà l’occasione per occupare con
100mila uomini la Manciuria.
Il 2 luglio 1900 sale per la prima volta nei cieli un
altro simbolo destinato a diventare tragicamente famoso: il conte tedesco
Ferdinand von Zeppelin collauda il primo dirigibile a scheletro rigido.
L’Italia, che nell’ultimo decennio del secolo precedente
ha vissuto una devastante esperienza coloniale, è inserita nella Triplice.
Il nuovo re Vittorio Emanuele è un triplicista convinto (anche se flirta con
la Francia per il reciproco riconoscimento dei rispettivi interessi in
Tripolitania e Marocco) e anzi rilancia con gli alleati l’egemonia italiana
su Adriatico e Mediterraneo.
Il Gazzettino del 4 settembre 1903 riporta con grande
evidenza e con un titolo a tre colonne (su cinque: LE GRANDI MANOVRE/
I SUCCESSI DEL PARTITO INVASORE) la notizia delle manovre che
l’esercito italiano sta svolgendo nella parte settentrionale della provincia
di Treviso.
Il comunicato ufficiale dell’esercito:
per oggi è
intendimento del comandante del III corpo d’armata (azzurro nazionale) di
forzare l’entrata di Quero, agendo sulla stretta del Piave, con la 6°
divisione, con la brigata Pisa, sostenute dalle batterie delle truppe
suppletive; sulla sinistra del Piave con la brigata Toscana, per monte Perlo
su Segusino e col battaglione Feltre e la 14° batteria da montagna da monte
Orsere. La divisione di cavalleria ha l’ordine di spingersi sulle retrovie
della 10° divisione avversaria; il 12° bersaglieri ed il battaglione Gemona,
ritirandosi sulle alture di san Salvatore, devono proteggere i ponti della
Priula. D’altra parte è intenzione del comandante del V corpo invasore
rosso) di attaccare colla divisione di milizia mobile, colla 9° divisione e
col 6° bersaglieri l’avversario per occupare le posizioni di sbocco di val
Piave e di procedere con la 10° divisione verso i ponti della Priula
collegando le due masse con la brigata di cavalleria.
Vincono i rossi. Sono coinvolte Conegliano, Montebelluna,
Cornuda, santa Lucia, Pederobba e Valdobbiadene. Ma l’episodio più clamoroso
avviene a Susegana dove gli azzurri difendono a lungo la sede municipale: Si
spara sul serio, ovviamente, tanto che il tricolore che sventola dalla
finestra principale del Municipio ne risulta tutto "bucherellato".
Da un casotto del Monfenera, dal quale in tempi normali
si spara alle nuvole di grandine, assiste alle manovre re Vittorio Emanuele
III, in compagnia dei generali Brusati e Saletta e dell’ammiraglio De
Libero. Sulla piana sottostante un intero esercito mostra i muscoli, ma
tutti gli obiettivi delle macchine fotografiche sono per lui. L’evento viene
gestito con grande senso della risonanza massmediatica. I giornali
sguinzagliano inviati e corrispondenti nei vari scenari di operazione. I
commenti sono improntati ad entusiasmo e compiacimento di fronte a quella
esibizione muscolare. Sembra di sentire certa retorica militarista dei
giorni nostri. Di passaggio a Treviso, nelle ore successive, il re si reca a
far visita all’istituto Turazza.
Quegli stessi luoghi, pochi anni più tardi saranno teatro
di una immane tragedia.
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UN PROCESSO PER
PELLAGRA
UN VENETO DEVASTATO
La pellagra era immagine ed emblema dello sfruttamento di
cui fu vittima Pietro Bianchet.
Raramente una malattia ha segnato tanto un’epoca, una
regione, un popolo. Una malattia che non c’è, verrebbe da dire, a giudicare
dal fatto che i pellagrosari (locande sanitarie, come si diceva una volta)
aprivano a periodi fissi, variavano semplicemente la dieta dei poveri
pellagrosi, li rimettevano in qualche modo in sesto, poi chiudevano i
battenti.
Questa piaga sociale era stata studiata per la prima
volta nel 1735 da Gaspare Casal e ne aveva osservato i devastanti effetti
anche Goethe, scrivendone da Verona il 14 settembre 1786.
Era una sorta di marchio servile che denunciava il suo
stato di avanzamento dal grado di desquamazione della pelle. Ma tutti
sapevano che la pellagra non si limitava a rendere la pelle dura, squamosa e
fragile come la crosta morta di un albero.
Entrava anche nel cervello, modificava la sensibilità,
affievoliva i ricordi. Toglieva la voglia di lavorare, dava insonnia,
bruciava la lingua. Spesso lo sbocco era il suicidio. Ci si impiccava ad una
trave della teda, lontani dagli occhi degli altri, o ci si buttava nel
fiume. Il fatto è che nel cibo dei contadini mancavano alcune sostanze
organiche (la niacina che è una vitamina e il triptofano, un amminoacido) di
cui sono ricche verdure e latte.
E tutti i cereali, meno il granoturco, cioè la base
dell'alimentazione dei contadini. Il male della polenta, insomma.
Ma le cause, che erano sotto gli occhi di tutti, non per
questo erano anche evidenti.
Una delle spiegazioni addotte era la tossicità del grano
una volta che questo avesse subito un deterioramento. Qualcun altro
sosteneva che la pellagra era ereditaria.
L'una e l'altra ipotesi tornavano in ogni caso
comodissime perché impedivano di dire che sarebbe bastata una alimentazione
migliore, più variata e ricca, a far regredire e sparire la malattia. Ma
questa spiegazione avrebbe innescato terribili tensioni sociali.
Nel 1905 in Italia si registrano 46.984 casi di pellagra
(ovviamente denunciati e dunque senza tenere conto del sommerso). Ben 27.781
sono nel Veneto: quasi il sessanta per cento!.
All'osservatore moderno il processo veneziano a carico di
Pietro Bianchet, appare come un vero e proprio processo per pellagra.
MARZARI,
UN GIORNALISTA D’ASSALTO DI 200 ANNI FA
Erano la miseria e la fame che gli agrari veneti
imponevano ai propri fittavoli, a fornire il terreno sul quale la malapianta
della malattia si riproduceva e cresceva rigogliosa.
Chi denunciava questa realtà era costretto al silenzio
con metodi spesso brutali. Treviso, in questo campo, ha una storia da
raccontare: una storia accaduta esattamente e incredibilmente un secolo
prima del processo.
Treviso, nel 1807, vide nascere, in un contesto culturale
illuminato e attento al nuovo, un giornale di buon respiro italiano ed
europeo. Si trattava del Monitor e ne era direttore e
principale (se non unico) redattore, un battagliero medico e studioso che
rispondeva al nome di Gian Battista Marzari.
Nel 1808 Marzari fu privato della direzione e ridotto,
dunque, al silenzio. Era stato colpito per aver preso posizione, dalle
pagine del suo giornale, sulla pellagra.
Ma se si va a leggere quello che Marzari aveva scritto
sulla pellagra, c'è da restare allibiti. Di fatto non aveva scritto nulla
che potesse colpire qualcuno o qualcosa.
Però…
Nel 1810 Marzari farà uscire, per i tipi della stamperia
veneziana Parolari, il Saggio medico politico sulla pellagra o
scorbuto italiano. Nel 1815 ribadirà le tesi di quel Saggio,
in un corrosivo libello Della pellagra e della maniera di estirparla
in Italia.
Basta scorrerli per capire. Il Saggio era
già pronto nel 1806. Ecco perché nel 1807, appena parla di pellagra, gli
balzano addosso. Marzari sostiene e dimostra al meglio delle cognizioni
mediche e scientifiche dei suoi tempi, che la pellagra è endemica; che è una
malattia nuova; che è apparsa da qualche decennio assieme all'abitudine
prevalente a nutrirsi di granoturco; che non è ereditaria; che è malattia
rustica e non civica; che, infine, non è contagiosa. Tutti colpi inferti
a teorie troppo comode sulla genesi del morbo.
Poi incalza: non è vero che ci sono soggetti
particolarmente predisposti ad essa, a meno che non si voglia chiamare
predisposizione lo sfinimento per miseria. Quanto ai rimedi, l'illuminista
Marzari sosteneva che essi dovevano essere principalmente tre: una migliore
istruzione dei contadini, una panificazione economica e sorvegliata da
esperti, la soppressione della mendicità.
Insomma Marzari aveva compreso ogni cosa. Sosteneva che
due sola ova giornalmente mangiate basterebbero a impedire la pellagra.
Ma il Saggio del dottor Marzari doveva
rimanere per sempre sepolto negli archivi e nelle biblioteche. La condanna
all'oblio l'aveva decretata l'autore stesso quando, con rabbia malcelata,
aveva gridato, nella premessa del suo studio:
io non ho mai veduto che
il parroco, l'agente, il notabile che vivono in campagna con i pellagrosi,
che bevono la stess'acqua, che respirano la stess'aria e calcano la stessa
terra, l'abbiano avuta...
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PISNENTE, BISNENTE
Non si sente più, questa parola, in uso dalle nostre
parti almeno fino al primo dopoguerra (cioè fino agli anni Venti e Trenta).
Giuseppe Boerio, nel suo Dizionario del Dialetto Veneziano,
rinvia al termine masenente e spiega così: voce agraria,
bracciante o povero giornaliero, cioè quel villico che va a guadagnarsi il
pane lavorando a giornata. Fu detto "masenente" perché tali contadini erano
obbligati a pagare il macinato. In altri luoghi di queste provincie dicesi "bracente",
"pisnente" e "coletabile". I dizionari moderni (Bellò, Pianca)
ribadiscono che i termine vale "miserabile", "nullatenente". Sull’etimo non
si pronuncia nemmeno il Dizionario etimologico Durante/Turato.
Personalmente concordo con l’etimo suggerito da Ulderico
Bernardi (Abecedario dei Villani): pisnente è il
corrispondente dialettale di "pigionante". In particolare è colui che ha in
affitto un pezzo di terreno così piccolo che non lo può sfamare. Il
pisnente deve dunque andare a giornata, mendicare e trovare qualche
fonte di reddito integrativa. Un miserabile, davvero.
Ma, ad essere infallibile, è soprattutto l’orecchio
popolare che spiega così: pisnente vale "peggio che niente". E
là ove si pronuncia bisnente, con la iniziale sonora, equivale
a "due volte niente".
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CAMMINANDO PER TREVISO
CON ANTONIO SANTALENA
….Il palazzo d’Onigo come sorgente sopra una collinetta,
che digrada al fiume, tutta piantata a magnolie, conifere, mimose. È questa
la parte della città più allegra ed amena, passeggiata bellissima che molte
maggiori città invidiano a Treviso.
La Treviso degli ultimi anni dell’Ottocento ci è
descritta in una deliziosa, puntigliosa e ricchissima Guida di Treviso,
scritta per colmare una lacuna particolarmente avvertita in città, visto che
la precedente Guida di Treviso era di mano dell’abate Luigi
Bailo e risaliva al 1872.
Il volumetto esce nel 1894 e sarà a lungo ripubblicata.
Lo studioso trevigiano (che muore nel 1911) dedica tutta la seconda parte
del suo libro ad una serie di passeggiate attraverso la città.
Come si legge, passando in Riviera Margherita, davanti a
quello che sarà il luogo del delitto Onigo-Bianchet, Santalena fa prevalere,
come in poche altre parti della sua Guida, i toni idilliaci e, ci verrebbe
da dire, gli stereotipi di questa città, calmo e tranquillo paradigma della
vita in provincia. Ovviamente nessun presagio del fosco dramma di qualche
anno più tardi.
Così ci viene voglia di passeggiare con l’autore. Che
immagina, nella sua prima passeggiata, di partire dalla stazione e
raggiungere Piazza dei Signori.
Appena usciti dalla stazione l’impressione che deve
provare il viaggiatore è certamente gradevolissima. Nessuna grandiosità di
fabbricati, ma strade larghe e pulite e viali fiancheggiati da magnifici
ippocastani. A destra i giardini pubblici lambiti da un ramo del Sile, non
vasti ma ben disegnati e convenientemente tenuti con belle macchie di alberi
sempreverdi e di fiori nella bella stagione. Nel piazzaletto principale vi è
un busto di Garibaldi, dello scultore Carlini. A sinistra il fossato della
vetusta mura è pur ridotto a giardino e annosi alberi quasi tutto ricoprono
il bastione dell’antico castello sul quale frondeggia un boschetto.
…Si arriva così alla Barriera Vittorio Emanuele opera
dell’architetto municipale Bomben, dopo la quale si infila a sinistra il
borgo omonimo. A destra la vecchia porta Altinia in rovina….
Piazza dei Signori, o Maggiore che è il centro della
città. La sua forma è irregolare, ma la maestà e la grandiosità di taluni
edifici le danno un aspetto singolare e piacevole. Subito a destra
l’edificio detto della Gran Guardia, ora sede del civico corpo dei pompieri;
sotto il governo austriaco corpo di guardia militare e corpo di guardia
della milizia nazionale nei primi anni dell’unione di Treviso al Regno
d’Italia. Venne eretto nel 1826. Le colonne dell’atrio erano nel palazzo
Lezze, opera del Longhena a Rovaré.
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"MAL MORTA, MA BEN
COPADA"
TUTTO UN POPOLO DALLA PARTE DELL’ASSASSINO
Il processo Onigo vide un compatto, inatteso consenso di
popolo attorno alla figura dell’assassino Pietro Bianchet, avvertito dalla
sensibilità diffusa tra la gente come il protagonista (peraltro del tutto
inconsapevole) di una sorta di piccola rivoluzione. Tale era la pressione
popolare che il processo venne spostato dalla sua sede naturale che era
Treviso, a Venezia.
Fu probabilmente, nella logica dell’aristocrazia e del
padronato agrario, l’errore più grossolano che si potesse commettere:
Venezia divenne una cassa di risonanza internazionale. Il Tempo, quotidiano
nazionale della sinistra, innalzò la bandiera della lotta di classe e fece
di Bianchet un eroe popolare. Giornali da tutto il mondo mandarono un loro
inviato o sollecitarono corrispondenze dal processo.
La gente di Venezia affollava con barchini di ogni specie
i canali attigui alla Corte d’Assise, tra Rialto e Naranzeria. Tumultuavano
e, al passaggio del barcotto chiuso che trasportava Bianchet in ceppi alle
udienze, gli urlavano di farsi coraggio, che la gente era tutta con lui.
Addirittura volavano minacce e insolenze rivolte ai gendarmi che lo
custodivano.
Gli eventi, naturalmente, spinsero tutti a giocare i
numeri suggeriti dalla cabala al lotto, con fila e ressa davanti ai
botteghini.
E gli umori della gente trovarono una sintesi assoluta
nella battuta di un sensale di cavalli che, bevendo un’ombra al Caffè della
Stella, poche ore dopo il delitto, in una Treviso sotto choc, ebbe a dire di
Teodolinda Onigo: "Mal morta, ma ben copada".
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IL DELITTO E
LE OPERE PIE DI ONIGO
La mamma di Linda, Caterina Jaquillard Onigo,
sopravvisse, malata e cieca com’era, pochi mesi alla figlia. Era nata in
Svizzera, ad Yverdon, dove aveva conosciuto Guglielmo Onigo, che l’aveva
sposata legittimando Linda e alimentando dicerie sulla effettiva paternità
della bambina.
A Caterina venne detto dell’«incidente», ma le furono
taciuti i particolari. Un duro colpo per la vecchia, la quale raccomandò a
tutti che al processo doveva essere fatta giustizia fino in fondo, che non
si poteva lesinare sulle spese.
Tuttavia la vecchia signora dovette intuire quanto male e
quanto dolore fossero celati nella vicenda che aveva condotto alla morte
della figlia. Volle riparare, in qualche modo.
Così, giovedì 14 luglio 1904 (dunque a processo concluso:
non è dato sapere quanto le fosse stato riferito delle fasi del dibattimento
e della sentenza), alle ore tre e cinquanta del pomeriggio convoca nel
palazzo Onigo di Pederobba il notaio Roberto Chiavacci di Grespano per
annullare tutte le disposizioni testamentarie date fino a quel giorno e, in
buona sostanza, per redigere un testamento del tutto nuovo.
Testimoni sono un piccolo imprenditore, Giovanni Bardin,
un mugnaio, Luigi Trinca, un impiegato dei telegrafi, Giovanni Tovena (tutti
e tre di Pederobba) e un "regio pensionato" di Bottrighe, Giuseppe Cappati.
Il testamento che la Onigo detta è di fatto l’atto
costitutivo delle Opere Pie di Onigo. Infatti istituisce a eredi universali
due istituti di beneficenza "che intendo fondare e istituire con
questo mio testamento: 1) un ospitale per i poveri infermi dell’intero
comune amministrativo di Pederobba; 2) un asilo infantile. Questi due
istituti avranno il nome generico di Opere Pie di Onigo".
L’ospedale sorgerà, secondo le disposizioni
testamentarie, nella località detta il Mass (vicino alla tomba della figlia
e del marito, cui sarà intitolato). L’asilo invece troverà ospitalità nella
palazzina presso la chiesa di san Giovanni in Onigo. Caterina Jaquillard
Onigo stabilisce che sia intitolato a lei stessa.
Caterina non firma
"in causa di una malattia agli
occhi che non mi consente di vedere quanto all’uopo è necessario".
Il testamento contiene una curiosità. Alle Opere Pie
"non si faranno distinzioni di religione e vi saranno ammessi sia
cattolici che i non cattolici". La precisazione, dall’aria innocua,
appare invece particolarmente importante se si pensa che gli Onigo erano di
religione valdese. Anzi, come è dimostrato da carteggi epistolari tuttora
inediti, i valdesi veneziani e della casa madre di Torre Pellice avevano
puntato molto sul patrimonio di Caterina e sulla loro presenza presso le
Opere Pie.
Furono scontentati anche loro, come rimasero a bocca
asciutta tutti i parenti che videro confluire il patrimonio nei due
istituti.
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TERRA DI EMIGRAZIONE
Gli anni a cavallo del secolo sono segnati da un vero e
proprio esodo verso il continente americano.
Il Gazzettino dell’8 marzo 1904 (proprio i giorni del
processo veneziano) pubblica in cronaca di Belluno, una lettera proveniente
da Le Havre e datata 4 marzo.
La lettera è firmata da 16 emigranti cadorini, bloccati
nel porto di Le Havre da una usuale, drammatica storia di burocrazia. I 16
dicono di scrivere a nome di altri 300 bloccati nel porto francese. Tutta
gente che ha stipulato il contratto di viaggio in Francia, invece che
direttamente in Italia.
Facile immaginare storie di clandestinità e di
disperazione dietro a questa decisione di acquistare il biglietto
direttamente nello stato da cui si parte.
E infatti gli emigranti devono subire visite mediche, non
meglio precisate vaccinazioni, meticolose e pignole verifiche dei documenti.
Col risultato che altri passano davanti a loro, tutti i posti di terza
classe vengono occupati e alla fine, se vogliono salire a bordo, devono
pagare un supplemento di 100 lire per occupare un posto di seconda.
Scrivono al giornale:
Le condizioni in cui versa
l’emigrante respinto per mancanza di posti all’Havre non è di quelle più
lusinghiere certo, per lo più senza conoscenza della lingua francese egli è
obbligato a ricorrere agli strozzini connazionali o che parlano la lingua
italiana, i quali poi per pelarlo non hanno bisogno di aiutanti e così il
disgraziato emigrante si vede il già scarso peculio diminuirsi di non poco e
quando arriverà a Nuova York si vedrà forse respinto per insufficienza di
mezzi di sussistenza.
Ce lo vediamo questo popolo impotente, costretto
all’inerzia, in balia di una lingua che non conoscono e degli strozzini,
autentici predoni e grassatori.
Interpellano il console italiano il quale allarga le
braccia: non può farci nulla. Bisogna aspettare il transatlantico che parte
tra una settimana. Sperando (ma non è detto) che le cose vadano meglio.
Sperando di sopravvivere. Chiudono così la loro lettera:
Intanto qui
sono 300 emigranti respinti e altrettanti rimarranno di quelli che con noi
dovrebbero partir domani e così ogni otto giorni si ripete la medesima cosa.
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IN QUEL 1903
GIOLITTI , PAPA SARTO,
IL TOUR DE FRANCE E IL PRIMO VOLO
Il 20 luglio muore papa Leone XIII. Gli succede, col nome
di Pio X, il trevigiano Giuseppe Melchiorre Sarto. È il 4 agosto.
In ottobre crisi di governo. Cade Zanardelli e prende il
suo posto Giovanni Giolitti. Comincia quella che è denominata l’età
giolittiana: il politico di Mondovì rimarrà al potere, quasi
ininterrottamente, fino al 1913.
In Francia su iniziativa di un avvocato parigino poco
incline a praticare le aule giudiziarie, Henri Desgrange, si corre il primo
Tour de France. Una bicicletta da corsa costa ancora una enormità (una
Raleigh sulle 100 lire, una Bianchi sulle 150) ma l’entusiasmo è alle stelle
soprattutto perché questo sport offre a persone di bassissimo rango la
possibilità di emergere. Ma, con raro spirito profetico, Cesare Lombroso
(come apprendiamo dalla Gazzetta dello Sport del 18 aprile
1903) proclama che la passione per il pedalare trascina al furto, alla
truffa, alla grassazione.
Altra "prima" di Francia: viene assegnato per la prima
volta il premio Goncourt, oggi forse il più prestigioso premio letterario
europeo.
Tra Londra e Bruxelles tiene il suo congresso il Partito
Socialdemocratico russo: si spacca in due tronconi con i bolscevichi di
Lenin da una parte e i menscevichi di Aksel’rod, Martov e Plechanov
dall’altra.
Jack London pubblica uno dei più bei romanzi del
Novecento, un romanzo che ha fatto sognare intere generazioni: The
call of the wild (Il richiamo della foresta).
Zanna Bianca sarà pubblicato tre anni dopo. In quello stesso anno
1903 il Congresso degli Stati Uniti, davanti al massiccio sfruttamento delle
miniere d’oro del Klondike, approva una legge per la concessione di terre in
Alaska.
Nasce il cinema di azione e di avventura: la
primogenitura spetta a The Great Train Robbery che racconta
l’assalto ad un treno e la successiva caccia ai banditi. Il film , che fissa
i fortunati archetipi del genere western, è girato dal regista Edwin S.
Porter che lavora su un brevetto del grande inventore Thomas Alva Edison.
Il matematico svedese Erik Ivar Fredholm formula la
teoria delle equazioni integrali.
Il 17 dicembre i fratelli statunitensi Orville e Wilbur
Wright compiono il primo volo. Il biplano impiegato resta in aria pochi
metri e l’elica è mossa da un motore a benzina a quattro cilindri.
1903, anno delle riviste culturali: Giovanni Papini e
Giuseppe Prezzolini fondano a Firenze una delle più importanti riviste
letterarie del nostro Novecento, Il Leonardo. Durerà fino al
1907. Sempre in questo 1903 Benedetto Croce, con la collaborazione di
Giovanni Gentile, fonda un’altra prestigiosa rivista letteraria, La
Critica. E ancora: un’altra rivista importante, Il Regno,
voce dell’estremismo nazionalista, viene fondata a Firenze da Enrico
Corradini.
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